Lost in Shopping

Primo: odio fare shopping, è un delitto? Fosse per me comprerei abiti e scarpe online, non lo faccio perché non avrei voglia di dover fare il reso qualora non mi andassero. 

Secondo: non acquisto una cosa perché “va di moda”, non me lo devono dire gli altri cosa mi piace. Per esempio, non spenderei mai delle cifrone per quelle borse marroni con il logo “Livorno-Verona”; credo che sia una cosa che si acquista più perché è uno status symbol che per la trama accattivante. O come  quei piumini, semplicissimi piumini in tinta unita con il bollino su una manica tipo Banana Chiquita. Almeno quelli della Ferragni hanno un disegno, due sberluccichi, qualche sfumatura… Non capisco centinaia di euro per un capo così… Ma semplicemente, non è il mio modo di concepire gli acquisti (e la vita). Se potessi spendere tanti soldi per una borsa o una giacca, me la farei fare come dico io! 

Altro recentissimo esempio, che mi fa sentire un po’ presa per il didietro: abbiamo passato decenni a deridere i crucchi per la ciabatta col calzettone di spugna, ma adesso, aaaaah adesso hanno deciso che fa figo di brutto! Urca la Ilary in Tanzania con la tuta verdeDiChiBeltàSiFida, infilata nel calzettone e ciabatta ai piedi… giusto a lei sta bene, perché è gnocca sempre. Ma da che mondo e mondo, le donne vengono insultate dai mariti, quando nelle fredde giornate invernali, girano per casa con la tuta nei calzini. Sarà mica che Totti l’ha mollata per quello?

Vabbè, ok, si capisce che non sono un’intenditrice, né un’amante dell’argomento, inutile continuare… L’unica moda che potei seguire, potrebbe essere quella dei capi non stirati… Attendo fiduciosa e passo a rispondere a mio marito…

Non è assolutamente vero che sono indecisa quando acquisto, né che scarto tutto quello che vedo. Poiché lo shopping è un peso per me, esco già con le idee chiare su ciò di cui ho bisogno e soprattutto, so cosa mi sta bene e cosa no (in base anche al periodo dietologico del momento) Ergo: non perdo tempo a visionare cose che so che non mi donano o che mi fanno ca***e anche solo da lontano.

Mi fa specie che lui si reputi così risoluto nel suo modo di fare shopping, siamo al limite della distorsione cognitiva! Non scomodo testimoni perché minorenni, ma giuro che non è proprio una lippa. Per esempio, parliamo di scarpe… Il tempo che passa, a casa, a scorrere col dito siti di sneakers, di cui mi manda link in continuazione per chiedere un parere, non lo contiamo?

Oppure, nei negozi, quando sembra che abbia deciso cosa acquistare ed esce deciso dal camerino per andare in cassa, noi non ci illudiamo perché prima di arrivare al pos, anzi, a volte anche dopo aver pagato, si guarda in giro e trova sicuramente un’altra pila di magliette da ‘sfogliare’, mentre noi siamo già in auto. Perché lui ha SEMPRE bisogno di una maglietta (ma raramente ne butta una)! Ha decine di t-shirt, soprattutto commemorative (lui adora questo genere, io, che strano, lo odio): di squadre di calcio e altri sport, di gruppi musicali, di contrada…e persino di grigliate che fa in contrada. Ah e poi ci sono quelle del lavoratore: ‘quella la tengo per quando imbianco, quella per quando faccio giardinaggio, quella per quando vado in discarica’… Beh… per fortuna restiamo sempre indietro con i panni da stirare, altrimenti… Non riuscirebbe a chiudere nemmeno un cassetto!

Comunque, nemmeno a dirlo, ora mi devo preparare al supplizio: uscirò a comprarmi qualcosa perché ho fatto troppi sacchi Caritas ultimamente e dovrò pur coprirmi in qualche modo. Grazie al cielo ci sono i saldi, anche se ormai è diventato uno schifo tra finti sconti e negozi (insomma, quelli che frequento io) che tirano fuori capi a cui nemmeno io riuscirei a ridare vita. Ok, niente scuse, vado.

Simple Man – Lynyrd Skynyrd

“…and be a simple kind of man” (sii un uomo semplice), il monito delle mamme di Gary Rossington e Ronnie Van Zant che scrissero questa bellissima canzone.

L’uomo riesce a essere molto semplice (anche troppo) in un miliardo di cose, ma credo dia il meglio di sé nello shopping.

Partiamo con il dire che essendo il mio lavoro legato al reparto moda, risulto essere uomo atipico per alcune cose; la principale è il controllo delle etichette dei capi di abbigliamento alla ricerca di composizioni, simboli di lavaggio e provenienza geografica.

Sotto lo sguardo interdetto, e a volte adirato, di giovani commesse ribalto ogni capo alla ricerca del chilometrico strumento del sapere e loro si sorbiscono le mie reazioni indignate o estasiate, a seconda di quello che evinco.

A parte questo particolare forviante, sono un uomo semplicissimo, la linearità la fa da padrone:

  • Ho bisogno un capo di abbigliamento
  • Entro in un negozio
  • Vedo quello che mi piace
  • Lo provo
  • Lo compro

Gli unici intoppi di tempo sono riferiti alle tagli mancanti per noi uomini corpulenti o il fatto che, sempre per le medesime ragioni, sembro l’omino della Michelin. Per il resto facile, veloce e quasi sempre economico (non potrebbe essere altrimenti date le finanze di casa).

Ora… con sommo dispiacere di mia moglie unico vero problema è che quasi mai ad un capo acquisito per reale esigenza, corrisponde la relativa uscita di quello oramai malconcio. Ciò avviene perlopiù per una questione affettiva nei confronti della maglietta di turno cercando di addurre a possibili utilizzi futuri non di gala (come se fossi tutte le sere a cena con il sultano del Bahrein). Posso dire che la disaffezione a ciò che indossiamo però è uno dei problemi della società moderna, per cui ormai vale sempre il tremebondo concetto “usa e getta”.

Il mio lato omosessuale latente viene fuori solo per le scarpe sneaker, si, le vecchie scarpe da tennis  (mania che ho passato anche ai miei figli), soprattutto per quelle di una marca baffuta che conquistò il mio cuore in tenera età. Se fossi un uomo ricco credo che avrei un locale uguale ad un negozio di Foot Locker.

Mia moglie invece è una donna atipica, quello si era capito. Sono più le cose che butta di quelle che acquista, dice che non ha mai bisogno di nulla e quando acquista qualcosa (rigorosamente in periodo di saldi) noi tre uomini gridiamo al miracolo in stile John Belushi quando viene folgorato dalla luce divina in The Blues Brothers. Non sopporta le scarpe e odia le borse.

Quando la forzo ad entrare in un negozio e le mostro qualcosa che credo le starebbe bene, quasi sempre la risposta è “ma va, non ho bisogno di niente!”, salvo poi tornare a casa e assistere a scene deseritche in puro stile western: se urli nel suo armadio otterrai un perfetto eco tipo finale de Il buono, il brutto e il cattivo.

Lei però è soprattutto nota per dare nuova vita a vecchi capi di abbigliamento di parenti defunti; non per accattonaggio, ma per una vera e propria forma di “tributo” ed affetto, cosa per cui viene continuamente perculata dal sottoscritto che le ha affibbiato anche il soprannome di “Condor”. In realtà comprendo il motivo e lo spirito che la muovono e la trovo una cosa romanticissima.

Io ci provo, ma forse il vero “simple man” di casa è lei!

Dedichiamo questo pezzo a mio zio Renato, grande estimatore dei Lynyrd Skynyrd e alla nostra amata zia Chicca, che di questo nostro piccolo pregettino casalingo era grande fan, assidua lettrice e a volte critica. Un bacio, wherever you may roam!

HAIRY GIRL

Dicevamo? Ah si, i capelli… Dimmi come ti pettini e ti dirò chi sei! Era così il detto? Concordo pienamente. I miei capelli esprimono la mia genetica inquietudine e la mia bizzarra personalità che purtroppo (o per fortuna?), spesso tengo nascosta.

Dopo aver passato l’infanzia e la preadolescenza con il classico taglio dritto, lungo il giusto per fare coda e codini e il divieto assoluto della frangia, quando ho iniziato ad avere libertà di scelta, ho provato di tutto: la mia prima permanente è il ricordo che porto più nel cuore (avevo i capelli sempre unti perché sentivo dire di metterci la Nivea); subito dopo viene la frangia, quella gonfia fatta con spazzola da svariati cm di diametro, avrei voluto somigliare a una rockstar, ma parevo Maria Goretti. Ho consumato la piastra (e i capelli) a forza di frisé e di stiramenti vari quando sono passata al caschetto. Poi è arrivato il momento in cui mi sono stufata di perdere tempo con le acconciature e sono passata al taglio corto (anche rasata alla Sinéad O’Connor) e da più di vent’anni, salvo brevi pause, non li ho fatti più crescere. Nel 2006, probabilmente per pigrizia mia, avevano quasi raggiunto le spalle, ma quando hanno iniziato a chiedermi se li stessi facendo crescere per l’acconciatura del matrimonio, mi sono spaventata e li ho tagliati.

Da quando ho i capelli corti (che mio marito adora in quanto folle appassionato della compianta Dolores O’Riordan), ho iniziato a sbizzarrirmi con i colori. Solo in questi ultimi quattro o cinque anni ho avuto i capelli decolorati, ramati, lilla, grigi, biondi con riflessi rosa, colpi di sole classici, colpi di sole con ciocche viola…. Per questo Natale ho deciso di coprire i pochi capelli bianchi tornando castana, ma senza farmi mancare frangetta e basette ramate, mica di essere troppo normale. Comunque in realtà dal parrucchiere ci vado al massimo tre volte l’anno. Per me stare lì seduta ore è un’agonia, ci vado più per decenza che per amor proprio.

Chi mi conosce sa che non è la tinta la cosa che caratterizza maggiormente la mia testa, sono gli accessori che fanno davvero la differenza. I fiori restano sempre la prima scelta: su mollette, su vecchie spille adattate, applicati su cerchietti e anche fiori veri strappati senza pietà da una siepe che mi mette allegria (Greta Thunberg mi perdonerà); ma nel mio baule degno di una hair stylist del cinema, ci sono foulard, fasce, bandana, velette, cordini, pietre non preziose, sculture, resti di bomboniere o collant, piume… qualsiasi cosa che con un po’ di fantasia mi possa ficcare tra i capelli.

I miei maschi osservano le mie trasformazioni, rassegnati come davanti al cambio di stagione. Credo facciano anche delle scommesse ormai su come torno quando vado dal coiffeur. Mio marito dice sempre che sto benissimo e io, ogni tanto, decido di credergli.

 A proposito di maschi… Sono diventata, da un decennio e più, la parrucchiera di mio marito, una rasatina e una spuntatina ogni tanto, nulla di che. E l’operazione diventa sempre più veloce visto il diradarsi dei suoi peli. Durante il lockdown ha deciso di adottare lo stile Peaky Blinder (no, non Tommy… Arthur….), che io ho assolutamente approvato, ma lì il lavoro è stato più impegnativo. I ragazzi hanno avuto sempre uno stile tipicamente British, mia fissa. Il tredicenne ora li sta facendo crescere e al momento è letteralmente identico a Louis Miguel di Sanremo 1985. Il suo obiettivo è quello di farsi i dread, non appena riterremo che avrà l’età per gestirseli (e magari, chissà, cambia idea); nel frattempo si fa fare da mammina treccine di vario tipo, tanto che ora ho un’assuefazione al Voltadvance perché le ore passate ad intrecciare hanno gravi conseguenze sulla mia cervicale. Il piccolo ha dei bellissimi capelli lisci lisci, fini fini, castano chiaro chiaro e sono così belli lunghi, sembra un principino… ma no… da qualche mese si è fissato che deve tagliarseli, soprattutto per velocizzare le operazioni di spogliatoio dopo il calcio. Al momento ho risolto con un cappello di lana, ma temo che a breve dovrò cedere (al taglio medio).

In conclusione, la mia testa colorata, spettinata e decorata esprime perfettamente il mio spirito sbadato, ma gioioso e il mio cuore aperto, anche se in questi ultimi particolari anni, forse ho un po’ smarrito la strada del sorriso. Ritrovarla sarà il proposito per il nuovo anno…. e inizio dedicandomi questa canzone (non potevo scegliere che lei)! If this world makes you crazy, and you’ve taken all you can bear… You call me up…  Because you know I’ll be there! I see your true colors, and that’s why I love you… So don’t be afraid to let them show, your true colors… True colors are beautiful, like a rainbow.

Vivo sempre insieme ai miei capelli (o almeno quei pochi rimasti).

“Nowhere to run” di Martha Reeves & the Vandellas è sempre stata una canzone che ho adorato.

Figlia del periodo d’oro della Motown è una di quelle canzoni che poi è stata rifatta da cani e porci con alterne fortune e infilata in due film altrettanto eccezionali: The Warriors (the so-called  “I guerrieri della notte”) e The Commitments.

La parte che preferisco è il passaggio: “When I look in the mirror to comb my hair. I see your face just a-smiling there” ( “quando guardo nello specchio per pettinarmi vedo la tua faccia che sorride”). La trovo un’immagine molto azzeccata e romantica perchè davanti allo specchio a pettinarmi ci ho passato e ci passo tanto tempo, pensando a cose, persone, sorrisi e tanto altro.

Credo che le origini della mia piccola ossessione per i capelli, siano da ricercare in diversi fattori scatenanti:

  1. Mio padre era perennemente spettinato e anche quando cercava di farlo, la fortuna non lo assisteva. Quindi capitavano giorni dove alcune rose formatesi tra le pieghe di un cuscino, non trovavano la pace dei sensi tra i denti del pettine. Non so perché, ma era una cosa che mi infastidiva parecchio
  2. Credo nell’ordine delle cose e quindi, pur invidiando i maschi che si alzano al mattino e sono prontissimi nella loro chioma fluente che non necessita di alcun intervento, sono fan dell’utilizzo di pettine, spazzole, mani, gel per dare forma al capello.
  3. Checché ne dicano i giovani di oggi, pronti a spendere vagonate di soldi tra estetisti, nutrizionisti, personal trainer, massaggiatori … un uomo ha tre modi di curare la propria immagine: vestiti, barba e capelli!

In tenera età ero un piccolo paggetto con la pettinatura a scodella dai capelli morbidi, chiari, diritti come spaghetti… capigliatura che i miei pargoli hanno ereditato in pieno. Fortunatamente per loro però hanno un taglio più attuale e apprezzabile, figlio dell’amore della madre per il brit pop (amore dettato dalla sua gioventù ed esperienze londinesi degli anni novanta, su cui non ho mai indagato eccessivamente essendo io geloso retroattivo).

 Ma intorno all’85, in piena cultura pop e in preda alle scosse ormonali del dodicenne, ho abbandonato per sempre la modalità paggetto; Discoring ancora imperversava nei weekend italiani e Deejay Television al ritorno da scuola ci bombardava di bella musica e di belle topolone (credo di aver perso diverse diottrie su Wendy James dei Transivion Vamp e per Patsy Kensit tutt’ora potrei lasciare baracca e burattini, mia moglie ne è conscia). In quel periodo uccisi il mio capello perfettamente liscio con una serie di improbabili acconciature, dettate dalla mia ammirazione musicale per il cantante di turno. Quindi si succedettero in ordine di passione:

  • capello a spazzola made in Billy Idol
  • improbabile ciuffo a banana by Morrisey  (un po’ insieme ad Elvis)
  • ciuffo rovesciato da sinistra verso destra, ad imitazione di Martin Kemp (sembravo più Franco Strippoli di 90° minuto)

Poi arrivò fortunatamente il momento della passione rock/punk/metal. Dal punto di vista musicale le cose sembravano evolversi, ma stentavano a decollare dal punto di vista del taglio… per anni sono stato preda della convinzione che i capelli gellatissimi sopra, corti ai lati, e molto lunghi dietro, fossero una pettinatura accettabile e che mi rendesse giustizia.

Ho anche azzardato, all’inizio degli anni 2000, delle ciocche bionde e, successivamente, a rasarmi i capelli a zero; complice la mia corpulenza dei tempi, la rasatura mi valse il soprannome di “soldato palla di lardo”, direttamente da Full Metal Jacket.

Gli anni e la saggezza mi hanno portato ad una maggiore stabilità, anche se complice la mia nuova parrucchiera (mia moglie tra le mura domestiche), sono passato a sperimentazioni dettate dalle serie tv del momento… quindi abbiamo provato un taglio Peaky Blinders, ora sono in versione pettinatissimo/leccatissimo da Avvocato rampante newyorkese alla Suits.

Ma tremate, sto anche guardando tutte le serie di Vikings, tra poco mi vedrete girare per strada con lunga treccia centrale, rasato ai lati, lunga barba, ascia e pelliccia gridando “nel nome di Odinooooooooooo”!

PENSIERI NOTTURNO-CIRCOLARI (o seghe mentali da insonnia)

22.45= tutti russano; io solito, per dirla alla Green Day, “I’m having trouble trying to sleep, no rest for crosstops in my mind”; almeno non dormivano per un motivo. Vabbè un po’ di zapping poi nanna dai… “Ted Bundy, insospettabile fascino criminale”.Fico questo, me lo guardo; un’oretta. Perfetto, poi ho ancora 7 ore di sonno davanti(…) Orco cane, ma pensa te questo insospettabilissimo, mica la sapevo sta storia… E se il mio vicino fosse un serial killer?

23.58= non dovevo guardare sta roba. No ma… Se il mio vicino di casa fosse davvero un serial killer? O se lo fosse un prof della scuola di Kiki? O lo pseudo sommelier dell’Esselunga? Strano è strano eh. Lo vedo spesso sconfinare nella corsia dei casalinghi; mi sono sempre chiesta il perchè… La prossima volta che faccio la spesa, lo studio meglio. Vediamo se trovo la dottoressa PippailPopper su Real Time, un po’ di leggerezza mi farà addormentare di sicuro; mi devo svegliare tra 6 ore e quaranta minuti. Va benissimo. Sono più che sufficienti.

00.58= MESSAGGIO DELLA TV: “LA TV SI SPEGNERA’ TRA 120 SECONDI, PREMI UN TASTO QUALSIASI PER CONTINUARE“. Premo, premo, devo vedere come schiaccia fuori sto lipoma gigante, mai visto un lipoma così. Poi spengo. Tanto dormo più di 5 ore, mi bastano. Si, dai, ieri ne ho dormite quasi 6. Di fila tra l’altro. Comunque qui dietro ho una pallina da mesi. Forse è un lipoma. Fammi googlelare “come riconoscere un lipoma al tatto”.

1.20= oddio quanto ho dormito? che ore sono? Sono sul divano, non ho sentito la sveglia ….ah… 20 minuti, ok. Spengo la tv e leggo un po’ così mi riaddormento subito. No però devo fare pipì. Cavolo lo so che oramai la tisana a una certa ora non la reggo. Domani me la faccio prima, così mi svuoto prima di andare a letto. Dai al tre mi alzo, bagno, letto, libro,nanna. 1,2,3!

1.45= non ho capito un cacchio, rileggo….. “Oh ciao amore! Si si tutto ok, dormi amore, dormi”. Lo odio, come è possibile che si riaddormenti in tre secondi netti? Almeno si è girato, magari smette di russare.

2.00= non riesco a leggere a quest’ora, devo comprarmi la settimana enigmistica magari, almeno già che sono sveglia tengo la mente allenata, no perchè già sono sbadata di natura, ma ultimamente peggioro a vista d’occhio. Dovrei fare una tac. Si ma cosa dico al medico? “Scusi non trovo mai le chiavi e ho perso una raccolta di cruciverba del 2005, non potrebbe farmi un’impegnativa per una tac al cervello?” Quello mi ci manda. Però ora che ci penso ho spesso quelle fitte alle tempie in questo periodo. Ora le monitoro per un mese. Poi vedo se andare dal medico.

2.10= Quella crepa nel soffitto non c’era ieri. Se da ieri a oggi è comparsa una crepa così evidente, c’è qualcosa che non va alla struttura di questo palazzo. Ora cerco su google “come riconoscere una crepa nel soffitto che potrebbe essere pericolosa”. No dai che paranoica. Paranoica e sbadata. Come fa Matteo a sopportarmi? Mi lascerà prima o poi. Lo so che mi lascerà. Sta con me solo per i figli. Appena cresceranno, se ne andrà. Spetta, devo abbreviare la ricerca “riconoscere crepe strutturali pericolose”.  Ok… mmm… non capisco. Anzi, mi sposto su immagini così vedo se somigliano alla mia crepa. Cazzo non sono proprio scema dai. Grande. Forse salvo la vita a tutto il palazzo e Matteo non mi lascia. Se poi mi chiama tipo Fazio per un’intervista zero, mi rifiuto. Magari mi chiama Diego Bianchi a Propaganda, ci andiamo tutti e quattro. Non ho niente da mettere che mi stia bene però. Son gonfia ultimamente, devo bere più acqua e aprire meno il frigo. Per il compleanno mi faccio regalare un appuntamento dal nutrizionista.

3.20= oddio non ho sentito la sveglia che ore sono?? “Matteo, dove vai? Stai scappando? Stai male? Ah ok, ok, fiu. No no, dormivo serena tranquillo, ora ridormo”. Se non lo avessi beccato, sarebbe scappato. Sicuro.

3.25= russa…. 5 minuti fa era in bagno e ora russa. Tre ore e un quarto alla sveglia. Mi prendo due gocce di Lexotan. Ah no, l’ho finito. Però devo avere ancora i tranquillanti avanzati del cane; ora cerco su google “medicinali per cani compatibili per l’uomo” o “medicinali uomini e cani differenze”. Si vabbè ma cosa prendo a quest’ora che tra 3 ore e un quarto suona la sveglia? Per un giorno potrei velocizzare la colazione e spostre la sveglia di 20 minuti. Ok, la sposto alle 7.05. 

4.30= oddio che ore sono? Perchè non mi ha svegliata?? Ah no, ok, le 4.30. Cacchio che sonno; ma come faccio domani a fare tutto? Non mi ricordo manco come far partire la lavatrice in questo momento. Altro sintomo di qualcosa al cervello. Sarò uno zombie domani. Devo tenere in casa delle anfetamine. Ma cosa dico al medico? Ora cerco su google “integratori naturali simili ad anfetamine”. Si, ma… tanto gli integratori non fanno niente. Soldi buttati. Piuttosto cerco uno spacciatore di speed. Si certo così mi arrestano e rovino la vita ai miei figli;  già gliela sto rovinando così. Guarda come li sto crescendo, lasciano sempre in giro le scarpe, certo, lo faccio anch’io. Colpa mia. Ho questo vizio fin da piccola. Aveva ragione mia mamma. Domani la chiamo e le dico che aveva ragione, sono stata una pessima figlia.

5.20= ma che cacchio è stato sto rumore? Mi stavo addormentando così beatamente. Verrà da fuori? Sarà la crepa? Cmq non solo sono stata una pessima figlia, sono anche una pessima madre e una pessima moglie. Forse esagero. Forse mi sono trascinata la depressione post partum. Devo iniziare a parlare con qualcuno. Anzi trovo uno spacciatore di prozac. Mica posso chiedere al medico del prozac così. Ora cerco su google “integratori simili ad antidepressivi”. No perchè guarda che se presi con regolarità gli integratori funzionano. Anzi ora metto una sveglia al mattino e una alla sera, ripetute quotidianamente, così mi ricordo di prenderli tutti i giorni e già che ci sono quando prendo quelli, mi metto anche la crema antirughe. No perchè ho una pelle che sembra che faccio la muta. Dovrei andare da un dermatologo. Non so se è normale avere la pelle così.

6.41= oddio che ore sono?? Ecco ho spostato la sveglia alle 7 e mi son svegliata comunque alla solita ora. Vabbè mi alzo. Anche perché mi scappa la pipì e comunque meglio così, che se non faccio colazione come dico io, la giornata parte male, ma male, male, male.

10 gocce di valium

“Voglio domire”, il Vasco nazionale nel lontano 1981 ci lanciava questo grido disperato dettato dalla sua insonnia.

Un problema che non mi ha mai sfiorato, perché a parte quando ero giovane e forte e le ore della vita notturna si divoravano quelle destinate al sonno, io me la sono sempre dormita alla grande. Pur non soffrendo di narcolessia improvvisa, quando decido che è ora di riposare, mi corico, mi giro sul mio fianco preferito in posizione fetale e buonanotte mondo…! Lo so, qualcuno mi ci sta mandando, e sono conscio che se dovessi perdere il sonno, potrei finire in cura psichiatrica nel giro di un mese. Già i miei 4 neuroni lavorano male in condizioni di riposo, se fosse altrimenti sarebbe un disastro cosmico.

Fino al 2002 il mio riposo era davvero perfetto: quando ero studente la siesta post pranzo al ritorno da scuola era un must; mi alzavo sempre molto tardi la domenica mattina e non disdegnavo sonnellini pomeridiani nel weekend. Ma… quando ho conosciuto LEI… tutto è cambiato… LEI è la donna senza sonno! Dorme una media di 4/5 ore per notte quando va bene, al mattino alle 6 è già operativa ed ha il sonno così leggero che se abbaia un cane a 5 km da casa nostra lei si sveglia. LEI sì che soventemente viene colpita da attacchi di narcolessia nell’ora che segue la cena; e come darle torto, in media è sveglia da 15 ore in cui ha gestito modello taxi le esigenze “figliari” di spostamento per scuola e attività varie, ha lavorato, ha fatto la spesa, ha gestito la casa, il bucato e la cena… Lo ammetto tranquillamente, quando penso alla sua giornata sono felice di essere in azienda per 10 ore pensando solo al mio lavoro!

Come dicevo, dunque, non è improbabile vederla “svenire” tra le 21 e le 22; se succedesse a me (e ogni tanto succede!) potrei tirare dritto fino alla sveglia mattutina (al netto delle evacuazioni notturne a cui mi costringe il mio apparato urinario attempato). Ma per lei è diverso: dopo quel breve sonnellino, che varia a seconda dei rumori interni ed esterni alla casa, inizia il suo ping pong con il sonno: accende la sua abat-jour e legge un libro, va sul divano, torna a letto, accende la tv (a volume devo dire sempre molto discreto) e si dedica ad una delle sue maratone Crime (Colombo, CSI, Criminal Minds e Law and Order sono i compagni notturni preferiti, anche se ora ha trovato in Netflix la categoria “senza impegno” e attinge anche da lì). Quindi non è improbabile che quando apro un occhio di notte, durante i miei cambi di postura, trovo lei, alle 3.43 con occhio sbarrato, indaffarata nelle sue attività notturne, che con grande lucidità mi dice “dormi amore, dormi”. E infatti… mi giro e dormo. Quando crolla e la sento finalmente godere del riposo dei giusti si è oramai prossimi alla sveglia che, siccome deve consentirle un lasso di tempo adeguato per procedere con calma alle 2 ore destinate alla colazione, è praticamente la sveglia biologica di una ottantottenne. Quando mi alzo io, che in puro stile fantozziano procedo alle funzioni di toilettatura e vestizione in 8 minuti prima di salutare e volteggiare fuori dalla porta, lei è già in movimento dal almeno un’ora.

Io non ho la più pallida idea di come si possa sopravvivere con questi tempi risicati di riposo, spero che ce l’abbia lei perché a volte temo che possa svenire e restare in stato comatoso per settimane. Ad ogni modo, a mia moglie e a tutti voi là fuori che passate le notti in bianco e trovate comunque la forza di affrontare la giornata, va tutta la mia ammirazione…. Vi considero dei veri e propri eroi!

“THEY CALL THIS CHRISTMAS WHERE I’M FROM”

(ARTICOLO SCRITTO PRIMA DEL DPCM DEL 3.12.2020, blablabla)

The season’s upon us, it’s that time of year”… cantano i nostri amati Dropkick.

Si, è quel periodo dell’anno. Quale periodo? Ma il Nataleeeeeeeeee… Gesù Bambino, le luci, la corsa ai regali, i lavoretti, i buoni sentimenti (veri o finti che siano), la voglia di stare un po’ insieme in tranquillità e armonia.

A dispetto della mitica battuta del grande Riccardo Garrone, noi aspettiamo sempre il Natale con gioia. E soprattutto, lo aspettiamo tenendoci a digiuno dalla settimana prima perché nei giorni santi, la maratona è davvero impegnativa!

Tutto inizia la sera della Vigilia quando si va dalla nonna Lella per la prima abbuffata. Si parte intorno all’orario di aperitivo. Ci si scambiano i doni dei grandi e poi la nonna apre il buffet con la sua ormai storica frase “Servitevi, quel che c’è, è tutto lì!”. Ovviamente sul tavolo non c’è un angolo libero, è tutto ricoperto di cibo: dal panettone gastronomico appena farcito, all’insalata di faraona della zia Chicca, dai salumi appena affettati, al finger food, al polpo, dal kilo di zola piangiulento, all’insalata russa artigianalissima. E’ tutto sul tavolo, certo, ma poi saltano fuori anche teglie dal forno e vassoi dal frigorifero! Il re della tavola di Natale, però, è lui, l’immancabile, unico, inimitabile PATE’DELLALELLA (scrittotuttoattaccato, ha anche il Copyright). La produzione ormai è diventata industriale, si è sparsa la voce in questi anni e chi lo ha assaggiato, ne esige una ciotola per ogni Natale; c’è chi lo aspetta più di nostro Signore, facendogli persino posto nella mangiatoia. Tutti gli anni, mentre lo spalmiamo sui crostini, c’è qualcuno che dice “ma perché il patè si fa solo a Natale?”. Non lo sappiamo perché in altri momenti dell’anno la nonna non lo cucini, ma forse, se lo mangiassimo a Ferragosto, non sarebbe buono uguale, no? Comunque, una pecca c’è in questa cena: non ci sono alcolici. (…). Ahahahahah ci avete creduto? Ognuno porta roba, ma il pusher principale è lo zio Renato, che inizia a consegnare il vino a casa della nonna giorni prima, oh, mica che se lo dimentichi a casa quando serve! E dopo cena, quando Babbo Natale ha bussato alla porta lasciando ai bimbi i loro regali, con la frutta secca e il panettone, ecco spuntare le bottiglie magiche: i “digestivi” artigianali dello zio. Mettono gioia solo a guardarli, colorati e magici. Il limoncello ormai sta raggiungendo il paté a popolarità; la gente entra pure nel garage del produttore a rubarlo (vero!). Il “mandarinello” idem! Il nocino chettelodicoafare. La gradita sorpresa degli ultimi anni è senza dubbio il “chinottello”. Inutile dire che dobbiamo farci diversi caffè prima di partire per la bergamasca… si perché al termine del banchetto, facciamo pigiamare i figli e partiamo per la casa dei nonni orobici.

Che il secondo round è alle porte: il pranzo del 25! Se mediamente, in una domenica qualsiasi, da una tavola bergamasca ci si alza alle 16 circa, potete immaginare cosa sia la giornata di Natale: si entra in trincea alle 11, a mezzanotte si cerca (con insuccesso) di trascinarsi nel letto mentre hai il cognato che ti esorta ad aggredire il 27esimo secondo.

Grande mattatore della giornata è nonno Alvaro; per lui la preparazione del pranzo natalizio inizia intorno a settembre: si documenta, fa ricerche, butta giù idee, scarta portate già fatte negli ultimi 74 Natali e cerca di testare i piatti da proporre.

Dicevamo, alle undici, si attacca con l’aperitivo e vi giuro, solo quello a qualcuno basterebbe come pranzo (e cena). Inizia anche la strage della cantina del nonno: vengono stappate bottiglie senza soluzione di continuità, quando viene adocchiata una bottiglia oramai vuota per il 55% scatta subito l’apertura della successiva, nessuno, ma proprio NESSUNO deve avere il bicchiere vuoto. Mai.

Si parte con 72 antipasti, 3 primi (“quest’anno abbiamo deciso di stare leggeri”); all’improvviso ti cade l’occhio fuori dalla finestra e vedi buio: ossignore… il giorno del Giudizio! No, semplicemente sono già le 18; era intuibile, perché la zia aveva già in mano monetine e cartelle della tombola da un po’! Ok, pausa, tanto la giornata è ancora lunga; cerchi di combattere contro il potente abbiocco della pancia piena e le altre bottiglie di prosecco che vengono aperte, quelle della merenda; perdi una somma ignobile di soldi e quando stai per ipotecare la casa, la zia pone fine alle ostilità prima dell’ineluttabile.

Sotto con i 27 secondi, con contorni e relativi vini rossi rigorosamente abbinati. Non pensate poi che avanzi qualcosa, perché da metà pomeriggio, arriva la gente che ha finito di pranzare e viene a fare gli auguri. E li fai sedere, e stappi un’altra bottiglia, e scaldi due assaggini poi salutano; e risuona il citofono, e avanti con la staffetta finché i parenti non presenti al pranzo, si esauriscono. … Si beh, a qualcuno potrebbe sembrare un sequestro di persona, ma quando tutto finisce, in realtà sembra di essersi appena messi a tavola.

E in tutto ciò? Dove sono i vari bambini? Boh…Da qualche parte saranno, Babbo Natale è passato al mattino, il resto della giornata è per i grandi!

(FINALE SCRITTO DOPO IL DPCM ecc.) In questo periodo, dove pare all’ordine del giorno sognare di passare i giorni del compleanno di Gesù da soli senza sbattimenti e parenti (diritto sacrosanto), il nostro sincero entusiasmo natalizio ci fa sentire un po’ fuori dal mondo; ad ogni modo, che voi siate davanti a tavole imbandite o sul divano con la pizza, che siate soli o in mezzo a un’orda di parenti, per vostra volontà o per costrizione, passiate un bel NATALE; vi dedichiamo questa meravigliosa canzone, ascoltatevela a un volume dignitoso e ballate, magari sorseggiando due bollicine! Noi crediamo che vi strapperà un sorriso. Some families are messed up while others are fine. If you think yours is crazy, well you should see mine! They call this Christmas where I’m from”

LOVE ACTUALLY

So’ simpatico!

C’è da parlare dell’ironia. E qui gioco facile, in realtà perché sono proprio la simpatia fatta persona… cioè mi viene proprio naturale la battuta, la gag, il suscitare l’ilarità altrui.

Tra le mura domestiche, incurante degli sguardi in cagnesco di mia moglie (in realtà assolutamente finti, lo so che lei è sempre divertita) ci sono gag che sono dei capisaldi ormai dell’allegria di casa, e che quindi ripropongo da anni con regolarità quasi quotidiana.Presumo che la ripetitività delle mie battute e dei miei sapidi sketches siano figli degli anni ottanta e di certi programmi Tv. Mi ammazzavo dal ridere tutte le volte in cui vedevo Benny Hill riempire di schiaffetti la pelata della sua “spalla”. Uno humor molto inglese, che mi sono sempre chiesto se fosse particolarmente ricercato o particolarmente destinato a menti semplici e dato che si parla di me, propendo fortemente per la seconda ipotesi (grande autoironia, eh?).

Ironia e figli: mi piace tormentarli un po’, altrimenti cosa li ho fatti a fare?  Per esempio quando ci posizioniamo dopo cena davanti alla tv per vedere qualcosa tutti assieme, dopo un quarto d’ora scarso di visione, annuncio con voce solenne e stridente : “aaaaaaaaa leeeeettooooooooo!!” suscitando le proteste di entrambi. Tempo fa si lamentavano perché pensavano che li stessi cacciando a letto davvero, ora lo fanno perché non mi sopportano più (ma so che è un rituale che adorano). Oppure quando metto a letto il piccolo per la buone notte mi piace cercare di fargli solletico e scoprigli la pancia su cui fare rumorose pernacchie; lui si arrabbia un sacco, chiama mamma in soccorso, la quale minaccia di non fare “ciùciùciù” se non smetto all’istante. Minaccia poco efficace….. tanto…… Oppure do spiegazioni strampalate ai loro quesiti o rispondo con perentori “NO!” a qualsiasi loro richiesta, dalla risposta palesemente affermativa.  Ahh…Mi piace non farli mai vincere a nulla, e soprattutto condire le loro sconfitte con scene e battute degne del peggior bambino dell’asilo (tipo, gnegnegne, ahahahaha, ma chi sono? Etc)

Per quanto riguarda la mogliettina, ho una gamma molto vasta nel mio repertorio; tutto davvero spassoso devo dire, sicuramente per me e vorrei raccontarli in elenco, con solennità:

  • Schiacciata di vescica: come noi tutti sappiamo, il primo pensiero del risveglio è la gita verso il bagno per espletare funzioni fisiologiche. Beh io cerco di accelerare tale processo della consorte premendole la vescica. Esilarante, no?
  • Propinazione di orari assolutamente fasulli: “Amore, muoviamoci, sono le 12,30, dovevamo già essere a casa di mia madre”. Ora reale: 11,20. Dai, troppo forte!
  • Un detto dei nostri avi diceva “a domanda mal posta non si deve risposta” ; io l’ho liberamente reinterpretato in “a domanda ovvia, risposta da pirla”. Esempio:  “amore vai in palestra?” vedendomi uscire con la borsa, “no, vado a sciare”. Ahahahah muoio.
  • Grattini. Alzi la mano la donna che non ama i grattini! Io cerco di farli al mio amore in ogni occasione, non ci credo che le danno fastidio. So che la sua incazzatura è una gag.
  • Alla domanda con occhi da gatto con gli stivali di mia moglie “mi ami?” … io rispondo fieramente sempre “MAIEMI” citando una vecchia campagna pubblicitaria della Tim, giustamente dimenticata da tutti (ma non da me). Divertentissimo.

Comunque, una cosa in cui mi sono proprio specializzato in questi anni e che diverte sempre tutti a casa, è la mia abilità nel modificare le liriche delle canzoni infilando sempre la frase “mi gratta il bus del cùl”. Un po’ come mia moglie dice che la parola “c**zo” è sempre quella giusta al gioco finale dell’Eredità, io penso che il verso “mi gratta il bus del cùl” sia metricamente perfetto per qualsiasi strofa o ritornello e trovo sempre la giusta intonazione con cui cantarlo e il giusto punto in cui infilarlo. Mia moglie mi viene dietro bene con le sue minc**te. I ragazzi a volte ridono, a volte hanno espressioni perplesse. Tzè, ne riparliamo quando diventeranno famosi parolieri grazie a mamma e papà. 

….. più scrivo più mi rendo conto che forse la mia ironia è più una sindrome dello scassacoglioni… ma finché i figli non cresceranno abbastanza per menarmi, o mia moglie non deciderà di farmi fuori, io persevererò imperterrito, perché i grandi Bestie Boys ce lo insegnarono quando eravamo poco più che pupi… Bisogna lottare per il proprio diritto a fare festa… e divertirsi!

(La fantasia distruggerà il potere) e UNA RISATA VI SEPPELLIRA’

L’idea di parlare di ironia e risate in realtà per me è stata tutta una scusa per comunicare a mio marito, che alcune gagsss che si porta dietro da anni, non sono assolutamente divertenti. Nello specifico:

  • ODIO I GRATTINI. TE LO RIPETO DA 15 ANNI. E sono quindici anni che me li fai a tradimento, sostenendo che è una gag molto divertente, proprio perché non li sopporto. CAPE, QUESTA NON E’ IRONIA. E’ uno scassamento di… (scegli tu)
  • Quando torni prima dall’ufficio e ti accolgo gioiosamente dicendo “Amore sei già a casa?”, la risposta “No, sono ancora in ufficio” NON FA PIU’ RIDERE. Non ha MAI fatto ridere.
  • Quando inizio un discorso dicendo “…stavo pensando…” E dici “oohh addirittura!”, mi fai scattare il dito medio, non il buonumore.
  • Quando ti chiedo l’ora e mi dici sistematicamente quella sbagliata…. Vabbè nulla, ho ripreso a mettermi l’orologio per evitare.
  • Sono sicura che c’è altro che non mi fa ridere, ma al momento non mi viene in mente

Lui crede che gli sguardi truci che gli lancio siano finti, che dietro ci sia in realtà una risata trattenuta, ma… noh! Amore, non fingo per creare una gag di coppia, in quei momenti i miei occhi esprimono autentico odio.

Detto ciò, è ormai palese che il ruolo dell’ironia in casa nostra è assolutamente fondamentale. Le battute sono parte imprescindibile dei nostri dialoghi, sia tra noi due adulti (o presunti tali), che coi bambini, con le dovute proporzioni. L’umorismo è il nostro modo di parlare di situazioni e argomenti delicati; di dirci cose che dette in altro modo potrebbero risultare, diciamo…”fastidiose”; di imparare ad avere punti di vista diversi davanti agli imprevisti… o anche di affrontare cambiamenti che minano il nostro pseudo equilibrio familiare (per esempio, al momento vanno molto le battute sul figlio grande, preadolescente. Sta cambiando la voce ed è una cosa che ci “sconvolge” –lui, si vede, ne va fiero- e quindi gli facciamo battute tipo “Riky, ho sentito che uno dei sintomi del covid è l’abbassamento della voce, quindi speriamo tu abbia solo contratto il virus” … o gli facciamo il verso dell’orso Yoghi. Oppure ancora, quando lo incrociamo per casa, gli facciamo il gesto di Bobo Vieri nello spot e gli diciamo “Shave like a bomber”, riferendoci quell’orribile ombra di baffetti che inizia a intravedersi. Lui si ammazza dal ridere. Altrimenti non ci permetteremmo). Prenderci un po’ in giro ci aiuta a riflettere sui nostri difetti, senza risentimenti; qualcuno diventa meno permaloso, qualcuno acquista un po’ più di sicurezza. Ovviamente ogni tanto parte anche il vaffanculo, c’abbiamo mica scritto MulinoBianco sul campanello. Ma attenzione: alleggerire le pesantezze della vita con una risata, non significa essere persone frivole. Qualche individuo intorno a noi (si, dai, l’abbiamo notato, ma tranquilli: sticazzi), ci ritiene dei superficialotti per questo nostro “modo di fare”. Beh, sappiate, voi che passate le giornate col grugno pendendovi sempre sul serio, che LEGGEREZZA non è sinonimo di superficialità. Dietro la nostra ilarità non si nasconde mica una vita fatua o senza fatica, dietro ai nostri numerosi sorrisi non vi è certo una realtà familiare senza sfide o preoccupazioni. Solo crediamo nel potere contagioso dell’umorismo. E la nostra autoironia ci rende così liberi (Socrate, Hugo, Freud… mica erano dei pirla eh), siamo noi stessi, non calcoliamo gesti o parole, a seconda di come potrebbero giudicarci gli altri: CHISSENEFRUA’, ci pensiamo già noi a “deriderci”, siamo a posto così! E poi…. Dai… far ridere è un gesto d’amore vero e proprio! Una delle cose che più mi riempie il cuore è far ridere qualcuno, per citare un artista a noi caro, adoro disegnare smorfie sulle facce serie! E quanto è appagante vedere che almeno una volta al giorno, ancora, dopo quasi 14 anni di matrimonio, riesco a far scoppiare mio marito in una grassa ghignata! Si anche lui, eh, se la cava a farmi divertire (elenco iniziale a parte). Dai vi abbiamo convinti? Prendetevi un po’ in giro e fate ciò che vi fa stare bene! Non è che sia la formula magica per restare insieme per tutta la vita, magari tra qualche anno ci staremo insultando tramite i nostri avvocati, però oh, almeno, fino ad allora… avremo passato degli anni divertenti!!  

Arringa finale

Signore e signori della giuria, non vi chiederò di assolvermi dalle accuse mossemi dal mio coniuge. E non sono qui ora, davanti a voi, a proclamare la mia innocenza. No, signori! Le argomentazioni presentate della pubblica accusa sono state spiacevoli da ascoltare, ma corrispondono alla verità. Ho un pessimo rapporto con qualsiasi aggeggio viva di carica elettrica e con le loro batterie; e vi dirò di più: posso ingarbugliare con lo sguardo qualsiasi tipo di cavo, rendendolo quasi inutilizzabile….

Ma Vostro Onore e giurati, vorrei invitarvi a una riflessione, non per scagionarmi, ma per dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che il qui presente marito non è esente da colpe, in termini di rintracciabilità telefonica: non è forse vero che uno smartphone completamente scarico ha la stessa utilità di un altro carico al 100% ma perennemente senza suoneria? NON E’ FORSE VERO CHE UNA CHIAMATA AL MIO UAUEI MORTO E’ ESATTAMENTE UGUALE A UNA CHIAMATA AL SUO BLEKVIU’ IN MODALITA’ SILENZIOSA H24/7, a cui raramente l’esimio collega risponde al momento del bisogno?

Questo è tutto ciò che ho da dire sull’argomento.

Verdetto: direi che ci meritiamo entrambi di essere puniti con questa canzone.